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Diventare autonomi. Pro e contro

crei il lavoro tuo a tua immagine,

ti scegli i più fidi collaboratori e professionisti

stai attento a reclutare gli operatori

esci dalla dipendenza e dall’emarginazione della tua cultura o forma mentis

ebbene, non dormi più la notte,

non hai più vita privata,

vivi di preoccupazioni e minacce,

alzi il tuo tasso di ansia

lavori ottocento ore a settimana e non ti bastano mai

non riposi più..

 

speriamo che il rodaggio finisca presto.

 

INTERcasa GEA è nata nel 2014 da atto pubblico notarile.

Inizialmente doveva essere un consorzio di mediatori… Poi, ho pensato che ci sarebbe stato sempre lo sfruttamento e ci avrebbero trattato come di solito… quattro soldi e passa la paura. È stato allora che mi inventai la gestione etica di una struttura tutta nostra. Ero conscia che il lavoro va pagato. Non ci si deve arricchire, sennò è scorretto e il beneficiario paga le spese da più punti di vista (che possono essere deleterie per la sicurezza e la sanità pubblica), ma la dignità del lavoratore, e la passione nel credere a quello che si fa, in aggiunta alla possibilità di migliorare da più contesti il proprio status sociale e la capacità di acquisto il tenore di vita e l’interazione, sono obiettivi da tenere sempre in conto. Avremmo avuto la possibilità di offrire lavoro, di fare indotto sul territorio e collaborare con associazioni ed attività locali. Una enorme possibilità di crescere da soli, farsi spazio, e dimostrare che la prima accoglienza ben fatta è possibile. Nulla da togliere agli altri lavoratori del settore, ma se otterremo la certificazione di qualità alla quale con calma stiamo puntando, tireremo fuori un interessante vademecum di buone pratiche, che possano aiutare la prima accoglienza ad uscire dall’emergenza.

la nostra mission è quella di offrire servizi volti all’integrazione sociale delle fasce deboli, con particolare attenzione ai migranti, i rifugiati, i richiedenti asilo, MSNA (minori stranieri non accompagnati) e le vittime di tratta (quest’ultima ancora non messa in pratica), ambito in cui ci siamo specializzati e continuiamo con formazione continua sul campo ed in corsi specifici di aggiornamento. Offrire integrazione, non significa lavorare solo con i propri beneficiari, ma sul, con e per il territorio, amalgamando le forze, mischiando gli odori, cooperando per rendere il posto dove tutti viviamo, vivibile e sicuro. Tutto ciò, si realizza solo con la conoscenza e l’informazione. Naturale poi, che questo con soli 35 euro al giorno, è un lavorone che solo dei pazzi scatenati come noi riescono a fare; e difatti, come si dice a montefiascone, “la fame co la pertica”

Abbiamo fatto decine di riunioni, avvocati, consulenti, anticipi, notaio… e siamo arrivati dove siamo oggi.

la nostra mission è da sempre quella di dedicarci in toto ai nostri beneficiari, siano essi o meno, ospiti del nostro centro di accoglienza, rispettando quanto più possibile i capitolati ed i disciplinari, le normative e le circolari, i protocolli ed i campi di azione del settore immigrazione e la gestione dei servizi ad essa connessi.

Il lato bello del mettere su un consorzio da soli e senza una lira, e cercare di farlo diventare una struttura autonoma, è sicuramente un’utopia che non riusciremo mai a raggiungere: creare una cosa nuova, una gestione nuova, una politica di intervento nuova, a soluzione di una sperimentazione di integrazione sociale a rilascio lento sul territorio. Prendersi in trenta cinquanta sconosciuti, ed insegnare loro esattamente come viviamo noi ed inserendoli, nonostante le abissali differenze culturali, nel tessuto sociale senza troppo impatto sugli autoctoni, utilizzando la metodologia dell’educazione continua e dell’autoeducazione popolare, può avere dei risultati fuori di ogni aspettativa.

integrare attraverso il contatto e la relazione, e un meticoloso lavoro intensivo di confronto di gruppo con uno psicoterapeuta esperto, porta a risultati senza precedenti secondo noi. Nel nostro gruppo di ospiti risulta formato allo stesso modo ogni elemento, sebbene sia normale che ogni soggetto risponde al nostro intervento in modo diverso. La crescita sociale dei ragazzi si evolve collettivamente per tutti. Tutti usufruiscono delle stesse identiche interazioni e programmazioni settimanali. Cerchiamo oltretutto di tenerli impegnati per buona parte della giornata e di inserirli in contesti lavorativi protetti e controllati, che eliminino il lavoro nero, lo sfruttamento ed il caporalato.

Lati positivi? Ce ne sono molti altri:

accogliere, costruire la relazione, trovare riscontri seppur lenti alla sensibilizzazione del territorio, instaurare un rapporto di fiducia, modulare con definiti metodi educativi i protocolli di intervento individuali e di gruppo, partecipare quanto più possibile alla realizzazione di un progetto migratorio, eliminare apartheid e isolamento sociale…. e molto molto altro, che mettendo in campo le diverse professionalità ad hoc, realizza per la prima volta nella Tuscia, una strutturazione da sprar avanzato nella prima accoglienza profughi prefettizia.

Il fatto di aver costruito il progetto della casa interculturale con la gestione etica dell’accoglienza nella prima fase, quella emergenziale, seguendo i manuali sprar ed ampliando le competenze specialistiche,  e correggendo madornali errori figli dell’inesperienza in altre realtà, ci stimola ad uscire dai bandi temporanei e resistere, fino alla legittimazione di un modello di prima accoglienza ufficiale e normato, che faciliti lo sprar negli inserimenti formativi e lavorativi, fondamentali quando si è alla ricerca dell’autonomia.

I contro? Innumerevoli e tremendi; di quelli che la notte non ti fanno dormire.

– lavorare in solitudine ed aiutati da risorse dalla sola rete dì solidarietà

– non avere schieramenti politici per cui negli uffici aumenti ogni tempistica in maniera esponenziale

– pochi controlli e poca trasparenza negli atti e pochi controlli efficienza dei servizi erogati

– difficoltà di inserimento alla rete sprar per ovvi motivi meramente politici. Impossibile, nemmeno per piccoli nuclei di cinque/dieci persone.

– lavorare con la fascia debole meno digerita del paese

-barriere comunicative non solo con l’utenza ma anche con gli autoctoni, dove intervengono quelle culturali ed economiche.

– i bandi di gara caricano molto stress, e ripeterli ogni otto mesi non è il massimo.

– in ogni comune spariscono le pratiche. Ci sono anche comuni nobili, dove comunque, nonostante tu stia già perdendo un sacco di soldi per gli stipendi e gli affitti, ti lasciano sempre al fanalino di coda, nonostante tu sia una risorsa culturale inimmaginabile.. ma se ne renderanno conto.

– poca e mala informazione sul tema che genera allarmismi di ogni genere contro i quali ti devo battere.

– l’accollo di tutte le responsabilità al centro di accoglienza che rimuove lo Stato a farsi carico della responsabilità che ha anche lui su chi affida e sui conseguenti inevitabili risultati…

Seguono varie ed eventuali e va approfondita la scaletta finale e messo tutto su slide se necessario. In assenza di quella manderò delle foto.

prova convegno 21 Maggio.

TUTTI I TEMI TRATTATI VERRANNO APPROFONDITI LÌ IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DEL B-SOCIAL 2016 PRESSO IL COMUNE DI VITERBO.

Un abbraccio a tutti e buona integrazione

Paola

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